Il potere dell’ascolto: quando il viaggio diventa trasformazione

Flaminia Munafò

5/7/20265 min leggere

Ci sono esperienze che non si possono spiegare fino in fondo, perché non appartengono solo alla mente, ma al corpo, ai sensi, a qualcosa di più sottile.

Il metodo Tomatis nasce proprio da questa intuizione: l’ascolto non è un atto passivo, ma una porta, una soglia attraverso cui possiamo ritrovare equilibrio, presenza e apertura.

Attraverso suoni filtrati e modulati, questo approccio accompagna il sistema nervoso in uno stato diverso, più ricettivo, più morbido. Il metodo viene utilizzato in ambiti diversi — dall’apprendimento linguistico al benessere personale — ma la sua essenza resta la stessa: creare uno spazio in cui qualcosa dentro di noi può finalmente distendersi.

Il mio incontro con questo metodo non era previsto, come spesso accade con le cose importanti. Ero partita per l’India con un’intenzione chiara: praticare yoga, immergermi, ascoltare, prendermi lo spazio di cui avevo bisogno dopo un anno di parecchi alti e bassi in seguito ad una relazione tossica. L’idea era quella di rimanere un mese, praticare con la mia guru nella città di Mysore, e poi rientrare, pronta e con gli strumenti giusti per riprendere in mano la mia vita.

C’è un proverbio ebraico che dice: l’uomo pianifica e Dio ride. Ed è in questa occasione, quando avevo tutto pronto nella mia testa, che il viaggio ha deciso di riscriversi da solo. A causa della guerra in Iran, il mio ritorno, inizialmente pianificato per il 31 marzo, si è spostato senza una data definita, aprendo lo spazio ad un tempo sospeso che all’inizio sembrava imprevisto, e che invece si è rivelato necessario.

Dopo un mese a Mysore, piuttosto intenso e doloroso - India is not for beginners :) - ho sentito il bisogno di muovermi, di cambiare posto. Il Tamil Nadu mi chiamava da tempo, e Pondicherry era una curiosità mai esplorata. Da anni mi immaginavo indossando un leggero vestito di cotone, di quelli con le stampe colorate, camminando lungo la spiaggia di quella che un tempo era una colonia francese nel Sud dell’India, sorseggiando un cocco per rinfrescarmi dal calore. Immaginavo questo viaggio con un potenziale compagno, un marito, un amore. E invece mi sono ritrovata lì, da sola, nel bel mezzo di una rottura a distanza, senza una data di ritorno all’orizzonte.

Pondicherry mi chiamava da anni, e io non sapevo il perché, finché non ci sono finita. Era esattamente come me la immaginavo, ma c’era un dettaglio che non sapevo, nonostante pratichi yoga da 10 anni. Pondicherry è la città che accoglie l’ashram di Sri Aurobindo, filosofo e mistico indiano, la cui visione dell’unità umana e dell’evoluzione spirituale ha ispirato La Madre a fondare, nel 1968, la città di Auroville; ed è lì ad Auroville che sono arrivata, quasi senza sceglierlo davvero.

Auroville è difficile da spiegare. È un luogo pensato per l’unità dell’essere umano, un esperimento, un sogno condiviso, e forse proprio per questo, lì dentro, certe esperienze diventano possibili.

Auroville è un posto talmente unico che al suo interno accoglie persino un centro di ricerca linguistico, l’Auroville Language Lab: qui non solamente vengono impartiti corsi di lingua ma è anche possibile sperimentare sessioni terapeutiche per la cura di disturbi come dislessia, autismo, Adhd, ma anche difficoltà emotive come ansia e depressione.

Questo metodo terapeutico, focalizzato sulla rieducazione all’ascolto, si chiama metodo Tomatis, dal nome del medico francese che lo introdusse nel mondo scientifico già dagli anni ‘50.

Sono pienamente convinta che tutto accade per un motivo, e proprio quando sono arrivata al Language Lab di Auroville, la mia tendenza naturale alla comunicazione mi ha portato a parlare con una signora francese che era lì, che ho poi scoperto essere una delle responsabili del centro. Mentre parlavamo del più e del meno, le ho raccontato chi sono e di cosa mi occupo, ovviamente dicendole che ero molto interessata al metodo nell’ambito di applicazione linguistico. Isabelle mi ha quindi messo in contatto con Mitha, la fondatrice del Language Lab, la quale, avendo colto il mio interesse, mi ha straordinariamente concesso la possibilità di sperimentare una sessione del metodo, per capire come funziona una seduta tipo.

Ed è lì che è iniziato davvero il viaggio…

Una signora indiana che lavora al centro mi ha condotto verso una stanza, molto essenziale: un tavolo con fogli e colori, una sedia, un letto. Le istruzioni erano semplici: ascolta quello che ti arriva dalla cuffia, puoi disegnare, riposare, oppure dormire.

Mi sono seduta, inizialmente sintonizzandomi su quello che mi arrivava in cuffia. Addirittura percepivo suoni solo dall’orecchio sinistro, mentre per il destro solo silenzio. Ad un certo punto ho iniziato a sentire da entrambi, e una volta “sintonizzata” ho preso un colore, ed ho cominciato…

Le cuffie, progettate per trasmettere il suono anche attraverso le ossa, creavano qualcosa di difficile da descrivere: non stavo solo ascoltando, stavo sentendo il suono dentro. La mia mano si muoveva da sola, seguendo il ritmo. I disegni erano semplici, quasi infantili, senza filtri, senza intenzione. Era come se una parte di me, silenziosa da tempo, avesse trovato finalmente spazio. La musica passava da una playlist di musica classica a dei canti gregoriani, momento in cui ho sentito fisicamente la necessità di distendermi sul letto accanto a me. Una volta sdraiata, ho poggiato le mie mani sulla pancia, e poi è successo qualcosa di incredibile: la mia mente si è fermata. Non c’erano pensieri che tiravano da un lato o dall’altro, solo presenza. Ero lì. Completamente. Finché non mi sono addormentata senza nemmeno accorgermene. Quando la sessione è finita, ho aperto gli occhi lentamente.


Mi sentivo riposata, ma non come dopo aver dormito. Era un riposo più profondo, come se qualcosa dentro si fosse riordinato in silenzio.

In un mondo dove siamo costantemente bombardati da informazioni, notizie, rumori, pensieri, forse ci dimentichiamo troppo spesso che il nostro stato naturale non è la tensione. Quando ci rilassiamo davvero, senza sforzo, il nostro potenziale non si riduce, ma al contrario, si espande. Nel silenzio, qualcosa si apre, e quando torniamo in contatto con noi stessi, senza rumore, senza pressione, emerge una luce. La cosa più meravigliosa è che non è qualcosa da costruire, ma da lasciar emergere. Per farlo, però, abbiamo bisogno di spazio, di ascolto, di sicurezza.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere profondamente sul modo in cui impariamo, non solamente una lingua, ma in generale. E se l’apprendimento non avesse bisogno di sforzo, ma di condizioni?

Immagina uno spazio in cui non esiste giudizio, dove non devi dimostrare nulla, dove non esistono voti, né performance. Uno spazio che accoglie, che sostiene, che “culla”. Un luogo in cui puoi sbagliare senza paura, parlare senza filtri, esistere senza contrarti.

È in uno spazio così che il linguaggio torna ad essere vivo, naturale, fluido, proprio come accade quando si è ancora nel ventre materno. Proprio come accadeva a me, in quella stanza ad Auroville, mentre disegnavo senza pensare.

Forse imparare una lingua non è accumulare regole, forse è ricordare come ascoltare, e, al tempo stesso, lasciare che qualcosa, dentro di noi, risponda.

Vorrei concludere questo breve articolo con una riflessione, e cito testualmente Thomas Harms, autore della prefazione del libro From Resonance to Bonding*, di Dirk Beckerdorf e Franz Muller: “[…] viviamo in un mondo sordo. Questa sordità descritta dagli autori va ben oltre una sordità puramente fisiologica, ma riguarda una dimensione psico-fisica più profonda del sentire che ora pervade la nostra società moderna. Più precisamente, ha a che vedere con la perdita massiva della capacità di ascoltare, corpo ed anima, di un’altra persona - un ascolto che raggiunge il cuore di un’altra persona.”

Che possiamo riscoprire la capacità di ascoltarCI, in un mondo pieno di freddezza emotiva, superficialità e scarsità di legami. Che la professione del linguista -che sia quella di docente o interprete/traduttore- non si limiti alla mera analisi di ciò che viene detto e di come viene detto, ma piuttosto del perché che si nasconde dietro alla più profonda necessità dell’essere umano di comunicare con se stesso e con gli altri.

*Pubblicazione dell’Auroville Language Lab